sono stanco di essere solo un bambino immaginario, ed è per questo che presto scriverò la mia biografia, che il mondo possa conoscermi: vivo di vita propria, ho miei gusti, mie volontà , sono quasi maggiorenne...e non ho ancora un cellulare mio personale, una camera, un guardaroba...devo usare sempre le cose che LEI sceglie di mettersi! ALTER EGO DI TUTTO IL MONDO, UNIAMOCI!
I tapp…i volanti
Quando la mamma e lo zio sono arrivati dal ristorante io ero con il mio amico Yuksel sul tappeto blu e rosso anatolico. Lo zio ha contato le bottiglie di birra Efes per terra e subito ha detto qualcosa in turco a Yuksel. E’ troppo forte, riesce ad aprire le bottiglie facendo saltare il tappo e io gioco a prenderlo al volo. A volte si mette ad aprire due bottiglie insieme una col tappo dell’altra e se prima le agita fanno come i fuochi d’artificio. Una volta l’ha fatto anche nella macchina di Mehmet e ha bagnato tutto di birra. Ci sono ancora i segni sul soffitto.
I fratelli di Yuksel
Yuksel è il più giovane dei suoi fratelli. Ha l’età dello zio. L’ho già detto ma lo ripeto perché mi fa impressione. Il fratello più grande è un signore anziano e molto serio. È un buon musulmano. Ha il negozio di tappeti più grande e più bello all’incrocio della via principale, dove io e Yuksel ci appostiamo per la caccia al turista. Siccome, come avrete capito, lo zio Yuksel è un po’ uno smidollato, i suoi fratelli gli hanno sistemato il magazzino nella via di dietro e gli hanno fatto un negozietto per lui, che però è sempre chiuso e lavora poco. Nel negozio grande invece stanno tutti gli altri fratelli, specie uno che è sempre fuori e fuma e ci sorride. Non so come si chiama. Il fratello maggiore invece è sempre alla scrivania.
70 vergini…
Lo zio mi ha raccontato che nel cassetto ha un grande registro con il nome di tutti quelli che ha fatto diventare musulmani. Sulla scrivania c’è un tappeto, un portapenne e un posacenere. Lui tiene sempre le braccia appoggiate al banco con le dita incrociate. Mi ha raccontato con tono calmo e voce profonda che ha convertito anche uno del Bangladesh, che io pensavo che erano già tutti musulmani, come il nostro amico Mueddin che da lavapiatti è diventato chef del ristorante dove lavorava la mamma e non mangiava maiale. Ha convertito anche un tedesco e un giapponese. Loro hanno comprato tappeti da lui, lui gli ha offerto il tè, la piantina della città e li ha portati a vedere lo spettacolo dei mevlana, che d’estate lo fanno all’aperto tra le grandi moschee e tutti vestiti di bianco. Ballano in cerchio con la gonna che gira sotto la luce che li fa fosforescenti. Gli ha fatto conoscere il capo mevlana, lo shaikh, che vuol dire vecchio saggio. L’anno dopo loro sono tornati dicendogli che volevano diventare musulmani. Per ogni convertito gli spettano 70 vergini in paradiso, che non vengono certo dalla terra quelle, che lì prima o poi tutte trovano il bauscia che se le sposa. Chissà da dove le prendono. Io non mi fiderei tanto…magari sono vergini sì, ma magari marziane e ti arriva una con la pelle verde e tre occhi… mica l’hanno specificato!
I veri mistici !
Comunque, adesso che avete capito chi è lo zio Yuksel, potete immaginare cosa gli ha detto lo zio quando sono venuti a recuperarmi al negozio. La mamma mi ha preso per l’orecchio e mi ha portato in albergo, che lei non è così dolce e amorevole come la mia fidanzata Letizia. Lo zio invece, che è un maschio anche lui, dopo che ci ha accompagnati in albergo, con una scusa ha detto alla mamma che doveva tornare un attimo da Yuksel e non si è più fatto vivo per ore. Quando è tornato io stavo ancora dondolando appeso a testa in giù nella doccia a vomitare e la mamma stava lavando la camicetta indiana piena di birra e vomito di pistacchi e kebab. Lo zio sperava che dormivamo tutti e è entrato facendo piano. La mamma lo ha scoperto subito che puzzava di birra e aveva gli occhi piccoli piccoli. A me veniva da ridere, che alla fine i veri mevlana girano in tondo per ubriacarsi e noi invece stavamo seduti, ma l’effetto era lo stesso. La mamma non capisce che io e lo zio siamo dei veri mistici e i mistici cercano sempre lo stato di devianza, che essere normali è banale e lo fanno tutti.
Ah, la cosa bella è che, mentre lo zio era da solo con Yuksel a "vedere i tappeti" in negozio, mi ha telefonato la nonna dall’Italia all’1 di notte, che anche lei non è tanto normale – in senso buono - ma il telefono ce l’aveva lo zio e così la nonna lo ha scoperto anche lei e lo zio si è fatto una figuraccia intercontinentale.
16 settembre
Tra dieci giorni è il mio compleanno. Compio 11 anni. Non credevo di arrivarci. A diciotto posso sposare la mia fidanzata Letizia e comprarmi la macchina vera, che di elettriche e a pedali ne ho già avute 6.
Lame… di sguardi
Stamattina siamo scesi per colazione un po’ più tardi del solito. Verso le 9.30, che lo zio doveva smaltire. Quando siamo arrivati nella sala della colazione del super albergo nuovissimo, la mamma si è accorta che era l’unica femmina e non poteva sedersi da quasi nessuna parte perché non c’era la sala delle femmine e in qualunque tavolo si sarebbe trovata davanti un uomo del tavolo di fronte. Attenzione, non è che sia esplicitamente vietato… è solo buona educazione.. e un po’ di praticità: se si trova di fronte un uomo è costretta a mangiare guardando il piatto perché, se alza la testa, 9 su 10 incrocia lo sguardo di quello… e poi lo zio deve venire alle mani per non passare da cornuto. Qui se si viene alle mani si passa direttamente alle lame… e quindi è più pratico sedersi nella sala delle donne.
Cupole e piscine… religioni dal mondo
Stamattina niente negozio di tappeti. La mamma e lo zio mi portano a musei con loro. Museo delle pietre e delle piastrelle. Il primo è dentro una medrese, una scuola pubblica islamica antica, fatta costruire da Sahip Ata, quello che ci fa la tesi la mamma, e il secondo è dentro una medrese selgiuchide molto bella che ha una piscina centrale senza acqua che ricorda molto le vasche da bagno giapponesi e ha un decoro come una pista di biglie su un lato che lo zio dice che era un gioco d’acqua come quelli che faceva Scarpa l’architetto veneziano. La cupola di questa è piastrellata, smaltata e dipinta con disegni a stelle come fuochi d’artificio bianchi che esplodono sul cielo azzurro. Lo zio Mehmet mi ha fatto sentire una canzone di un giovane cantante pop, un buon musulmano, che dice "che romantico quando la notte ti stendi sulla spiaggia e vedi le stelle che ti piovono addosso, come le cupole delle nostre moschee che con uno sguardo ti portano in cielo". Ci ho pensato molto. Era vero. La cupola è importante, è come mezzo mappamondo, che però tu ci sei dentro. La mamma dice che la cupola sopra la piscina è ancora più importante. Il cielo e la terra comunicano attraverso l’acqua. Il cielo entra nella terra attraverso l’acqua e la terra sale al cielo in forma d’acqua. Questo è il ciclo della vita. Il Tao, che è la religione dei cinesi antichi, dice che la terra è la donna e il cielo è l’uomo e le energie dei due mondi non hanno senso, anzi tendono a morire, senza che essi siano in contatto. Anche i taoisti sono molto maschilisti. Dicono che la donna ruba energie all’uomo e che l’uomo se le deve riprendere invece di disperderle. Raccontano di regine avide che vivevano di vita eterna senza invecchiare mai perché prosciugavano tutti i loro giovani amanti che invece si ammalavano e cadevano in disgrazia. L’uomo deve avvolgere la donna come una cupola. Deve essere tutto cielo intorno a lei e dall’acqua che li unisce si genera la vita. Per questo i cristiani si battezzano nell’acqua. Occidente diventa Oriente per mezzo di un’abluzione, come quando si entra in chiesa e dal portone occidentale e si vuole risalire all’altare del sacrificio di redenzione che dona nuova vita eterna… ad Oriente… si deve prima fare un’abluzione nel catino dell’acqua santa. Il problema, dice la mamma, è che l’acqua di vita deve fluire, è acqua corrente. Nell’ebraismo e nell’Islam, che ha riportato la rivelazione iniziale, l’acqua è rimasta viva. Nel cristianesimo è diventata una pozza d’acqua morta con il grasso galleggiante. Per questo che tra le mizvot ebraiche e le ‘ibadat musulmane è rimasto tra gli atti obbligatori del giorno di preghiera il godimento della donna e che gli Imam e i rabbini si sposano e fanno figli mentre i preti no, anche se poi magari li fanno lo stesso.
Cocuk Polisi
Siamo invitati a pranzo da Mehmet, l’amico dello zio che ha il negozio di tappeti di fronte al mio albergo preferito. Appena finito con i musei ci avviamo sotto la pioggia tra gruppi di ragazze e ragazzi che tornano da scuola. Sono tutti in divisa, di vari istituti. Tutte come quelle dei college americani. Quasi nessuno col velo, tutte in minigonna plissettata, camicia, cravattina e gillet col simbolo della scuola. I ragazzi sono come al solito vestiti da uomo, ma anche con la giacca e la cravatta. Hanno tutti la brillantina e tagli molto alla moda. Trattano i libri male come noi e fanno un gran baccano. All’angolo della strada vedo parcheggiato un furgoncino come quello degli accalappiacani. Bianco con delle scritte colorate con carattere divertente come il Comic Sans che uso io. C’è scritto Cocuk Polisi. Dato che Cocuk vuol dire "bambino" o "ragazzo"… devo dedurre che sia un "accalappiamonelli". Spero che la mamma non se ne accorga e allungo elegantemente il passo con fare disinvolto.
Mettetevi i calzini… sporchi puzzoni!
Arrivati all’imbocco della nostra via… quella del negozio del tè, del barbiere, del negozio di tappeti e dell’albergo "da mignotte"… che, per curiosità, è il primo albergo di Konya ad essere stato inserito nella Lonely Planet, veniamo fermati da i soliti 4 disoccupati che ci offrono il tè. In quel mentre il vecchio che non ho ancora capito se fa il barbiere o serve tè, perché una volta è in un negozio e una volta nell’altro, mi guarda indispettito e comincia a urlarmi in turco qualcosa riguardo i miei piedi. Avevo i miei sandaletti infradito con cui vado dappertutto e anche se c’era stata un po’ d’acqua non mi ero preoccupato, che i piedi si asciugano in fretta, le scarpe no e stai in ammollo per ore. Allora lo zio mi ha spiegato un po’ la teoria dell’igiene pubblica qui in Turchia. Gli uomini, come avete capito, non mettono mai i pantaloni corti, che è ritenuto una cosa ridicola da marmocchi; si depilano e radono continuamente (non completamente lisci.. solo sfoltiti e ordinati) perché è ritenuto poco igienico girare con la barba e i peli delle ascelle e del pube lunghi, specie perché qua si usano molto le abluzioni pubbliche e quindi capita spesso che i tuoi peli pubici, che solitamente sono pur affar tuo, diventino anche affare altrui. Inoltre, se vai in giro con i sandali senza calzini ti guardano male perché ti puzzano i piedi e non è igienico girare per strada con tutta la sporcizia a contatto con la pelle e poi andare a casa della gente. Mi hanno aperto gli occhi sul concetto di igiene! Non si entra mai in casa con le scarpe e le scarpe vengono lucidate continuamente da decine di lustrascarpe lungo le strade. Riguardo l’abbigliamento maschile, i primi giorni può sembrare un po’ strano, ma poi ci si fa l’occhio, in fin dei conti sono vestiti uguali a quelli di Brindisi, e bisogna dire che sono molto eleganti e fanno bene a prenderci in giro dicendo che siamo poco raffinati… tutti quei jeans, magliette sportive con aloni di sudore, capelli lunghi e trasandati, peli delle ascelle chilometrici, peli dei piedi che spuntano dai sandali da tedesco e gambe nude sudate e appiccicaticce.
Il barbiere
Tra il tavolino del tè e il negozio di Mehmet c’è, come avete capito, il barbiere.
Ci offrono un altro tè e, visto che è venerdì, lo zio, come ogni buon musulmano, si fa regolare la barba. Mi fanno accomodare sul divanetto d’attesa e mi portano il tè alla mela, che me lo consiglia Suat. Il più buono è quello alla rosa canina, ma anche quello alla salvia è buono. A me danno il tè dei bambini, con più acqua calda. Il barbiere è molto giovane, 6 anni in meno dello zio e ha già tre figli. È sposato con una brava moglie musulmana. Sono molto teneri insieme e lei è molto coperta e ha il viso dolce. Lui lavora molto, taglia la barba fino alle 11 di sera, a volte anche più tardi. Il negozio è piccolo, lungo e luminoso perché ha molti specchi. Ti fanno la barba con una lama che si apre e lo zio ha paura. Poi il barbiere fa provare anche me. Salgo sullo sgabello e faccio la barba allo zio. Quando tocca alla mamma lo zio non si fida e le dice "Non t’azzardare ad appoggiare quella lama!". Mi sa che è per la birra di ieri. A volte la mamma sa essere molto cattiva e vendicativa. Nel negozio ci sono molte cose bellissime come bottiglie di colonia vecchissime di tutti i colori messe in fila su mensole di vetro molto pulite. Ci sono vasi di fiori piccoli tutti decorati con dentro fiori finti. È tutto molto arredato. Anche qui ci sono appesi al lampadario strani ciondoli. Ci sono anche gli zoccoli olandesi che c’erano nel negozio di Yuksel, ma questi hanno l’occhio turco. Questo esclude la pista olandese.
Il negozio di Mehmet
Finalmente andiamo da Mehmet, che io avevo fame da un’ora. Prepara la tavola con due tappeti molto belli. Quello blu e rosso di Yuksel era molto più morbido e peloso. Per mangiare si usa il tappeto, per pregare si usa il kilim. Il tappeto serve per stare comodi, il kilim per creare un leggero strato di separazione fra te e la terra, che è impura. La terra è la donna, che è impura anche lei, è soggetta ai cicli stagionali e genera la vita, trae i frutti dalle viscere, le stesse viscere in cui stanno le feci e in cui finiscono le carogne, e questo non è puro.. avete mia visto un bambino appena nato? Tutto quello sporco addosso glielo fanno le donne. Lui sarebbe pulito. È lo stesso motivo per cui quando raccogli una mela per terra devi lavarla. Il negozio di Mehmet è diverso da quello di Yuksel. Lui ha una casa. Ha quasi 30 anni e ha molti figli. Lo zio dice che non sa come fa a mantenerli. È un bravo lavoratore, molto serio e con un buon naso per gli affari. Qui la porta è aperta, la vetrina è trasparente e prende quasi due pareti. È tutta mensolata con espositori. Alle pareti ci sono tappeti ma anche teche con oggetti antichi: orologi intarsiati, portacipria in osso e cocco, ceramiche, miniature, lampade ad olio in vetro colorato molto lavorato. Ci sono vinili vecchi. Mehmet mi dice che sono "old cd". Poi ancora anfore, vasi, quadri con iscrizioni e pendole molto belle. C’è anche un quadro della madonna che Mehmet dice è fatto in vetro lavorato a mano. Sembra una stampa. La mamma dice che nessuno se lo ricorda, ma la Madonna è molto venerata nell’Islam e anche Gesù è ritenuto un grande Profeta, tra i più importanti predecessori di Muhammad, che è Maometto. Solo che credono sia una bestemmia dire che è figlio di Dio. Come dargli torto, anche molti cristiani non lo credono.
Ci sono due posaceneri, uno in legno intarsiato e uno della Cappadocia, in stile con la bottiglia che c’era nel negozio di Yuksel. Siccome si vive seduti sui tappeti per terra, gli interruttori della luce sono in basso, che puoi accendere e spegnere da seduto. Le spine invece sono in alto, a portata di mano e non, come da noi, in basso sotto qualche tavolo o dietro qualche mobile. Il lampadario è fatto dalla base di un tavolino appeso a testa in giù sul soffitto. Agli angoli ci sono 4 lampadine.
La pizza turca
Messi i soliti giornali sui tappeti, ordinato i solito ayran da bere, arriva, sempre avvolta in fogli di giornale, una pila di sleppe di pizza lunghe un metro e larghe 15 cm., sempre fatte a barchetta e sempre ripiene di carne e verdure. La pasta era davvero molto buona: profumata, croccante ed elastica al punto giusto, con i granulini di farina un po’ più grossi che stuzzicano le labbra e la lingua. Il ripieno era molto saporito e abbondante. Negli autogrill di solito la pasta è più molle e il ripieno appena spolverato. Mangiamo, beviamo e poi ordiniamo il tè. Avanzano due sleppe di pizza. Lo zio Mehmet le avvolge di nuovo in fogli di giornale e le appoggia sopra un tappeto di lavorazione curda misto lana e seta con disegni provenienti probabilmente dal repertorio ittita, che li ho già visti ad Hattusa quest’estate con il nonno Angelo e la mia fidanzata Letizia, sia lodato il suo nome… sempre sia lodato.
I tappeti nomadi
Finito di mangiare la mamma ha chiesto a Mehmet di spiegarle tutto sulla storia dei tappeti, del negozio, delle lavorazioni. Alla fine, dopo circa sei ore di spiegazione e illustrazione di tutto il repertorio, siamo usciti dal negozio con qualche tappeto, o meglio kilim, cioè la lavorazione a telaio battuto in lana filata a mano col fuso in cui il passaggio da un disegno all’altro lascia uno stacco che dà un effetto a buchi nella stesura finale. I kilim ha due lati, cioè si può guardare da tutte e due le parti, è piatto, non peloso, e ha disegni geometrici. Lo stile è "konya", che è la zona di provenienza. La lavorazione e i modelli di riferimento sono nomadi, o meglio di villaggio di nomadi sedentarizzati nei dintorni di Konya. Ogni villaggio ed ogni famiglia hanno disegni e colori differenti. Per questo ogni tappeto ha un nome ed è ben riconoscibile. Lo zio ha preso un tappeto peloso come una pecora dal pelo lungo bianco e marrone, poi ha scelto due kilim da preghiera che piacevano anche a me. La mamma si è innamorata di un kilim con una riga arancione e delle teste di serpente nere sopra, ma non lo ha preso perché costava troppo. I tappeti li useremo per fare un salotto turco a casa con cuscini, tavolo basso e narghilè.
Se no i xe mati… no i voemo!
Mentre stavamo contrattando per i tappeti e fuori pioveva, si è affacciata alla porta del negozio un’anziana signora tremolante evidentemente stanca e ha chiesto a Mehmet asilo e una sigaretta. Ha preso posto vicino alla mamma nell’angolo dei tappeti pelosi e ha cominciato a fumare raccontando stanca la sua vita. Lo zio e Mehmet erano ancora seduti per terra sui tappeti e lo zio dopo un po’ ha pensato bene di dover andare in bagno urgentemente. Mi ha fregato l’idea per un pelo. Almeno io però portavo via anche la mamma! Questa signora parlava inglese molto bene, scandendo le parole ed era molto colta. Parlava dei sufi, degli egizi, dell’Islam, di Istanbul che è una culla di culture e misticismo quasi più di Gerusalemme. Dice che il tappeto peloso dei sufi è di lana come il capretto simbolo di espiazione ed è rosso come il sangue del sacrificio e della passione. Diceva che l’Islam e anche la storia di Gesù bambino derivano tutte dall’antico Egitto…Praticamente un’altra sciroccata come la mia mamma! Quando io e lo zio Mehmet, che siamo pratici, le abbiamo chiesto di dove fosse, lei ha risposto tentennante "Well, I’m quite international…" e allora le abbiamo chiesto "internescional di uèar?" e lei "half in Norway, half in Germany, with italian and Hungarian blood, but living in Turkey". Insegna filosofia… e questo già spiega molte cose… non si è capito dove e cosa, ma una che cita Christian Jacques e Dan Brown sicuramente non è all’università… si spera! E su questo appoggio la mia mamma, che se arrivo all’università spero di non trovarmi una tipa così a farmi gli esami! Alla fine lo zio Mehmet non ce la faceva più, lo zio se l’era svignata e io ho cominciato a dire alla mamma che era ora di andare a comprare i biglietti per lo spettacolo dei mevlana.
Kilm e Cicim
Abbiamo cambiato programma. Stiamo di più a Konya, ci sono cose troppo interessanti da fare e tagliamo un po’ di giorni ad Istanbul, che è più costosa e pericolosa e anche più facile da raggiungere per un week-end in aereo toccata e fuga. Siccome siamo amici anche di Yuksel, finito di comprare tappeti da Mehmet, lo zio è andato a riguardare alcuni pezzi che l’altra sera gli erano sembrati interessanti… ma giustamente li aveva fatti rivedibili. Ho assaggiato il tè all’arancia. Buono, più di quello di mela. Per la contrattazione finale è arrivato il fratello maggiore di Yuksel con blocchetto, penna, posacenere e bicchierino da contrattazione. Oggi sono già a quasi 8 pacchetti di fumo passivo, ma credo che il peggio stia per arrivare.
Dopo una discreta fatica a spuntare un prezzo che loro dicono "da fratello" perché vogliono davvero molto bene allo zio e partono già dalla metà del prezzo di listino, siamo usciti con un kilim bellissimo per i nonni di Cantù, il papà e la mamma dello zio, e un cuscinone lavorato a cicim, che si legge gigim, per la nuova camera dello zio che viene a vivere con noi.
Dolce-dolce … Baheddin
Per fortuna ce la siamo sbrigata piuttosto in fretta, perché stasera ci sono i mevlana e non voglio arrivare là in ritardo e tutto in disordine. Passando per la solita strada ci ha fermati stavolta un altro amico dello zio che la mamma dice che è molto bello. A me sembra un nano e lo zio dice che "non ha attaccato niente", che vuol dire che è secco come un’acciuga. Ma i gusti della mamma non sono sempre condivisibili, si fissa su particolari che nessun altro noterebbe e è capace di venirti a dire "che bell’attaccatura di capelli che hai sul collo!" oppure "che bel neo che hai sul lobo dell’orecchio sinistro" e ne va pazza che non vede più il resto. Come dice lo zio Alberto, che ha attraversato l’America del Sud in bicicletta e si è preso la febbre castorina, … "Femmine!".
Comunque non sarà carino, ma gentile e simpatico lo è davvero. Ci ha offerto un sacco di dolcetti da un vassoio d’argento che tiene sulla cassa. Dolcetti tipo quelli siciliani di gelatina amara e super appiccicosa rivestiti di zucchero a velo finissimo che sa anche un po’ di panforte. Buoni però. Poi ha aperto uno scatolone di cose buonissime appena arrivate. Erano datteri freschissimi arrivati dall’Arabia Saudita. Mai mangiati così leggeri, soffici e zuccherini con la pelle finissima e per nulla impastati. Ci ha detto di passare con calma a bersi un tè insieme che l’anno scorso era anche lui super amico dello zio, che sono andati ad una festa insieme e "hanno visto molti tappeti".
Polpette in umido…
Arrivati da Mehmet era ora di cena e lui ci ha invitati a mangiare con lui al ristorante dove siamo andati l’altro giorno che la mamma e lo zio hanno litigato per la mano. Lo zio mi ha letto i piatti e io ho scelto polpette in umido, che non ne posso più della cucina turca. Già pregustavo il sapore delle polpette in umido della zia Carla, che tira ben bene il sugo super saporito e mette tanto aglio e olio di ottima qualità. Col sorriso sulle labbra e gli occhi strasognanti… vedo arrivare una piatto sospetto… che sicuramente non era per me… dato che aveva l’aspetto di una brodaglia rossiccia con una patata tagliata in 4 galleggiante e tre stronzetti di carne macinata e pressata insieme a spezie di tutti i tipi. Vicino per fortuna c’era un piatto di riso in bianco con i pinoli e, dato che la sbobba era veramente il mio pasto, mi sono almeno risparmiato la birra media.
Dolci…. dolci consolazioni !
Allora lo zio mi ha chiesto se volevo i dolce. C’è una vetrina piena di dolci, come quelli che ho mangiato a Joannina sul lago nella vacanza in Grecia col nonno Angelo e la mia fidanzata Letizia, che più belle non ce n’è. Poi io e lei ce ne siamo comprati una scatola romantica da un kilo, ma i miei se li è mangiati quasi tutti la mamma, perché lei e la Lety in Armenia erano tristi che lo zio Luca e lo zio Matteo di Milano non scrivevano mai. Poi quando siamo tornati in Italia la mamma ha saputo che il suo fidanzato nel frattempo si era sposato e che lo zio Luca le aveva scritto molti messaggi e era triste perché lei non le rispondeva. Così io mi sono trovato in un minuto senza il papà nuovo e con un nuovo papà. Met la nostra amica armena ha detto che è tutta colpa della mafia che controlla i telefoni che non funzionano quasi mai… più o meno come l’immondizia a Napoli.
Questi dolci turchi in realtà sono arabi. E anche quelli greci.
Paese che vai… sposa che trovi
Li avevo già mangiati al matrimonio degli amici della mamma quando vivevamo nella famiglia giordana. Quella volta di sposavano un giordano e una marocchina. I matrimoni arabo sono belli, si fa un sacco di casino, tutti ballano, bevono e mangiano. Non sono noiosi come quelli che sono tutti educati e si mangia composti in 300 al ristorante che non conosci nessuno né quando entri né quando esci. In quelli arabi quando esci conosci tutti. Tra i promemoria prima di andare al matrimonio infatti c’è quello di svuotare la rubrica del cellulare. Quando siamo andati al matrimonio del cugino dello zio David, tra un sardo e una vicentina, invece è stato un delirio: i sardi cantavano, urlavano, ballavano tutti in cerchio e spaccavano i piatti e i bicchieri davanti alla chiesa. I vicentini scandalizzati raccoglievano i cocci velocemente vergognandosi un sacco, mentre le vecchie sarde nere col velo gli facevano gli scongiuri sopra perché raccogliere i cocci porta male. Nel matrimonio tra il giordano e la marocchina è successa più o meno la stessa cosa, ma si partiva già da uno standard di casino molto più alto. Diciamo che i sardi lì sarebbero sembrati dei vicentini. I giordani si considerano molto occidentali ed avanzati. Sotto molti aspetti si può dire che lo siano davvero. Considerano i marocchini dei beduini un po’ arretrati… e sotto certi aspetti si può dire che anche loro lo siano davvero. I giordani erano super eleganti e di classe anche nel ballo e nello stare a tavola. I marocchini erano sempre a ballare, si lanciavano le cose in mezzo alla pista da ballo, erano vestiti fucsia, verde acido, con un sacco di monetine appese ai vestiti per fare rumore, anche i gillet degli uomini. I giordani avevano invece un bel completo giacca gessato con scarpe lucide e calzino sottile di buona qualità. Le donne erano colorate ma con vestiti di buona sartoria e molto discreti.
Quando io mi sposo la mia fidanzata Letizia, tra sette anni, faccio una super festa internazionale, spacchiamo tutto senza raccogliere niente, ci ubriachiamo tutti che il nonno Angelo fa il Tamadà ad honorem e vengono cinque complessi diversi uno da ogni Paese e balliamo tutte le musiche.
Le danze intercontinentali
Il pezzo forte del matrimonio arabo è il ballo. Chi ha inventato il walzer era davvero un genio, perché è riuscito a creare un ballo strano davvero. In realtà quando vado alle feste in giro per il mondo mi capita sempre di ballare la stessa cosa. In Armenia, in Turchia, in Georgia, con gli amici Giordani, Russi e Ungheresi, con gli amici Sloveni, Senegalesi e ebrei si balla sempre una danza a semicerchio o cerchio con le mani in alto e i piedi alternati che puntano in avanti. Poi si abbassa il busto in avanti per poi tornare alla posizione iniziale e girare a coppie per qualche giro alternato, prima di ripetere tutta la serie.
Finalmente dai Mevlana !
Dopo il dolce e la dolce digressione su matrimoni e lune di miele, torniamo a questo 16 settembre che è durato una settimana solo lui. Io ero tutto gasato che lo zio mi portava dai mevlana. La mamma ha dovuto bere il nescafè bollente in un secondo perché lo zio per una volta aveva ragione ad avere la fregola. Salutato tutti siamo andati a gran passo al mausoleo dei mevlana, dove c’è il museo e anche la sala dove ballano d’inverno. Il biglietto è costato tantissimo, 20 milioni di lire turche a testa. Con 18 facciamo una cena al ristorante tutti e tre con dolce e caffè! Ma qui quando sentono odore di turista passano direttamente al prezzo europeo, infatti il prezzo era esposto in euro: 15 euro a testa! Una pensionata armena ne prende 16 al mese!
Ci hanno accompagnato sorridenti giù, e poi giù, e poi giù… fino allo scantinato… tipo dove ti fanno fare ginnastica nelle scuole che non hanno la palestra. La sala era allestita con due tronchi d’albero giganti di plastica in mezzo, il soffitto ricoperto di bambù fine come le tovagliette americane, delle sedie di plastica a fare da platea e un tappetino con candelabro monofiamma a fare l’anima dello shaikh e i mihrab (la nicchia che segna la direzione della preghiera) insieme.
Noi, come il solito con lo zio, siamo arrivati mezz’ora prima e ci siamo seduti in prima fila proprio davanti allo shaikh, che io stavo impazzendo e non stavo fermo. Poi è entrato il gruppo musicale: quattro giovani musicisti in divisa pantaloni scuri e gillet. Il ney, flauto tipico fatto con una canna di bambù che fa un suono vibrante che può sembrare fastidioso ma è molto emozionante; il rabab, che è una specie di mandolino, che anche un poema di letteratura persiana si chiama così; il tamburello che dondola, che ce l’ha anche lo zio e un altro strumento che non mi ricordo più. Dopo mezz’ora di musica, che non ne potevo più, tutti i musicisti sono usciti facendo l’inchino e io stavo già guardando lo zio dicendo "kekkazz…!"… quando… dal fondo della parete è uscito lo shaikh! Camminava trascinando i piedi dondolando in avanti ad ogni passo. Era molto serio e concentrato in ogni movimento. Dietro di lui i discepoli vestiti in modo diverso e i musicisti in riverenza. La divisa da derviscio è così: grande spolverino a mantello nero sopra, cappello a tronco di cono in lana cotta marrone, gonna e giubba lunga bianche luminose, scarpe spadrillas nere. La gonna ha i pesi in fondo tutto dentro l’orlo e si alza quando girano. Il movimento del derviscio è una rotazione sul tallone sinistro, con le braccia alzate tipo Gesù bambino nella culla e testa leggermente piegata con gli occhi chiusi e l’espressione da ascesi. Lo shaikh ha il cappello bianco. Erano tre dervishi e uno shaikh, che di solito sono almeno 10 e fanno un cerchio grande. Lo shaikh ha fatto il giro di saluti facendo l’inchino a tutti i dervishi, poi hanno ballato due canzoncine e poi altro giro di saluti prima di rivestirsi e uscire. In tutto è durato 45 minuti, che per andare in estasi, lo sappiamo anche io e o zio, almeno qualche oretta ci va. Alla fine non hanno levitato, non sono stramazzati a terra tremando, non sono neanche svenuti perdendo conoscenza e non hanno neppure vomitato! Era tutta una roba finta per i turisti. Siamo usciti molto arrabbiati, invece il gruppo di 30 americani che aveva riempito la sala era super soddisfatto.
Mustafà Elmà
Mentre la mamma e lo zio mi trascinavano deluso per le vie di Konya continuando a ridere pensando al suonatore di ney vibrante, lo shaikh con la sciatica, e il mandolino stonato, fuori della moschea barocca abbiamo incontrato lo sputafuoco Mustafà Mela che usciva dalla preghiera. È un buon musulmano. Lo zio Yuksel mi a raccontato che non era così. Fino a qualche mese fa beveva e faceva festa insieme a tutti gli amici, poi, all’improvviso, ha cominciato ad andare sempre in moschea, a non bere più e a fare la morale a Yuksel che dice le parolacce. Alla fine hanno litigato. In realtà è facile litigare con Mustafà anche se è un bravo uomo, perché basta nominargli la "zuppa" e lui comincia a rincorrerti infuriato con un bastone e non ti molla finchè non te le ha date per bene. È successo più o meno così anche con Yuksel. Lo zio mi ha spiegato che una volta quando era piccolo Mustafà è andato a vendere tappeti con suo papà a Istanbul e al ristorante gli hanno portato la zuppa di trippa. Mentre la mangiava però si è accorto che aveva una consistenza strana, ma suo papà gli ha tirato uno scapoccione e gliel’ha fatta mangiare tutta… fino all’ultimo boccone… che era inequivocabilmente … cacca! Potete immaginare la faccia che fa ancora oggi Mustafà Elmà quando gli amici gli propongono di andare a papparsi una buona zuppa fumante.
Turisti nottambuli
La mamma era appena riuscita a strappare la promessa allo zio che saremmo rientrati in albergo presto subito dopo o spettacolo dei Mevlana… quando lo zio sovrapensiero ha svoltato a sinistra e, neanche farlo apposta, la porta del negozio di Mehmet Yaman era ancora aperta. Non si poteva non andarlo a salutare! "va bene, ma solo un saluto!" "Magari ci facciamo una birretta… solo una…". Dentro al negozio c’erano due turisti… e la solita borsa di birre fresche che compare nei negozi di tappeti ad una certa ora. "Venite, venite!" "…e te pareva!". I due tipi erano due americanelli piuttosto lunghi, secchi e flosci che con movenze a metà tra il gay e il rappettaro parlavano di viaggi, donne e politica americana. Soliti argomenti da negozio di tappeti! Questi due tipelli americani parlavano malissimo degli americani, specie dei turisti americani, e si sentivano Canadesi. Erano due veri street boys americani: cappellino, uno col frontino uno con la coppola al contrario, canotta e medaglietta metallica dell’esercito, camicia larga quasi aperta buttata sopra, pantaloni e scarpe da rapper. Stavano lì stravaccati con le gambe larghe e la birra tenuta molle in punta di dita mentre con l’altra mano dal palmo ben disteso gesticolavano con movimento rotatorio yo-yo! In realtà lo zio e Mehmet parlavano in turco tra di loro continuando a battersi pacche sulle spalle e chiamandosi "fratello" e i due tipi erano molto invidiosi perché lui è uno di noi: è proprio turco! Alla fine erano molto sconfortati per il fatto di dover rientrare anche loro nella categoria degli stupidi turisti americani che non si integrano con la cultura locale.
Luppolo, maltolo… e i sette nani
Come avete ben inteso l’alcol nell’Islam è proibito, poiché derivato alcolico di una fermentazione vegetale. In realtà il Corano proibisce il gioco d’azzardo e il prodotto fermentato di 5 alimenti: orzo, grano, miele, dattero, uva, perché sono le cose che fanno andar fuori di sé e a Muhammad non piaceva dover fare da giudice agli accoltellamenti e quindi ha detto: "state tutti lucidi e vedrete che non vi succede più di scannarvi a vicenda". A guardare bene quindi il, la vodka, il vino, la grappa, il liquore di dattero e di miele sono proprio vietati… ma la birra… a voler essere proprio Coranici… si potrebbe discutere…
Comunque per sicurezza in Turchia, che è uno stato laico come l’Italia, si possono consumare alcolici nei locali con licenza. Inoltre la birra è in vendita in alcuni negozi di alimentari e la si trova anche fresca nel frigo. Sempre per "buona educazione e praticità" non è comunque bene consumarla per strada come potremmo fare passeggiando per Venezia o Londra, ma portarla con discrezione entro le mura domestiche senza recar danno al prossimo… che era anche lo scopo primo di quel versetto coranico. Per coerenza e discrezione poi, la birra si va a comprare dopo una certa ora i questi negozietti aperti fino a tardi in viuzze laterali un po’ scure e poco frequentate. Ordini ad esempio 6 birre belle fresche, il commesso te le incarta bene in fogli di giornale fasciandole con cura e te le porge in un sacchetto nero tipo sacchetto dell’immondizia con manici, con cui ti aggirerai in modo discreto nella notte. Il lato carino di tutto questo è che dopo una certa ora nella cittadella, cioè nella parte vecchia di Konya dove abitiamo noi, ci sono in giro solo uomini… e tutti girano con questa borsetta nera ben imballata così da non vederne mai il contenuto.
Arrivati in albergo finalmente ci siamo messi a catalogare foto, che qui le giornate non finiscono mai e quando ti metti a computer sei sicuro di fare notte fonda. Infatti abbiamo finito alle due di notte. Il 16 settembre è finito.. e è iniziato anche un po’ di 17… per un totale di 21 ore di attività… non è che sono prolisso… è che qui ogni giorno ne vale tre lavorativi!