sono stanco di essere solo un bambino immaginario, ed è per questo che presto scriverò la mia biografia, che il mondo possa conoscermi: vivo di vita propria, ho miei gusti, mie volontà , sono quasi maggiorenne...e non ho ancora un cellulare mio personale, una camera, un guardaroba...devo usare sempre le cose che LEI sceglie di mettersi! ALTER EGO DI TUTTO IL MONDO, UNIAMOCI!
OGGI E' İL MİO COMPLEANNO!!!
HO GİA' 11 ANNİ!
İN PREMİO Vİ REGALO
UNA RİCCA PUNTATA
Dİ BLOG TURCO
!!!
Lo zio Luca
Mi piace lo zio Luca, è una via di mezzo tra Goku, Gigi la trottola e lo zio Nicola. Mangia sempre e cose stranissime, parla inglese con una voce da cartone animato, è gentile con me e cattivo con la mamma. Da grande vuole fare il pastore in Uzbekistan e è comunista. Gli piace la Svizzera e se da grande rimane a vivere in Italia fa la badante ucraina ai suoi genitori: 1200 euro al mese vitto e alloggio, in più nessun problema di estranei in casa. Mi ha detto che se voglio posso fargli da assistente, solo vitto e alloggio sul letto autogonfiabile che si è fatto comprare dalla nonna. Lui quando si sveglia accende il computer, beve il caffè, si accende una sigaretta, poi ci pensa un po’ su e comincia la giornata. Vuole fare lo studioso di storia selgiuchide. È l’unico in Italia finora. La mamma mi dice di non imparare da lui, che è un pessimo esempio, ma io sono sicuro che con lui diventerò un vero uomo!
Konya’da - 14 Settembre
Siamo arrivati a Konya. Per tutto il viaggio sull’autobus si sentiva odore di lacca, che noi pensavamo che le donne davanti avessero la lacca portatile. Solo alla fine del viaggio ci siamo accorti che sulla parete c’era una macchinetta spruzza profumo come quella del bambino che fa la cacca e si tappa il naso.
Konya è ancora più pulita, ordinata e silenziosa di Cesme. L’otogar è una spettacolo di luci e aiuole ben rasate. Dall’otogar abbiamo preso un pulmino, dolmus, per andare all’albergo. Siamo in pullman da quasi un’ora. È come parcheggiare a Mestre per andare a dormire a Castelfranco. Io sono abituato a fare qualcosa in qualche altro posto: vivo a Venezia, ma vado a scuola a Mestre. La mamma dice che vivere a Venezia è più openmind. Io preferivo Mestre che ho tutti gli amici là. La mamma dice che è normale per noi fare qualcosa in qualche altro posto, dice che abbiamo l’animo nomade. Lei quando viveva a Mestre lavorava a Venezia, quando lavorava a Venezia viveva a Mestre. La nonna è nata a Buenos Aires e è venuta a scuola qui, poi è andata a lavorare a Firenze; la bisnonna è andata a scuola in montagna e a lavorare a Buenos Aires. Io sono nato in montagna, ho fatto l’asilo in Israele, poi sono venuto a Roma e a sei anni a Venezia, ma cambiamo casa quasi ogni anno. La mamma dice che il prossimo fratellino non lo fa in Italia, che è troppo banale avere tutti lo stesso passaporto. Deve solo scegliere una nazione dove si sta bene, perché l’Italia è invasa da ex Paninari, Bauscia e pancabbestia e siccome ogni decennio deve partorire una mostruosità, dopo la fase psichedelica degli anni ’70, il delirio degli anni ’80 e la fuga dal nulla degli anni ’90, non vuole arrivare al 2010. Preferisce leggerlo su google news mentre fa qualcosa di serio in un Paese che non importa i pomodori dalla Norvegia.
Passiamo sotto un minareto selgiuchide e lo zio dice che siamo quasi arrivati. Konya è enorme, la si vede da lontano nella pianura deserta come una grande macchia verde e luminosa che si stende a perdita d’occhio. È come molte città messe una vicino all’altra. Sembra una capitale europea ma tenuta meglio. Ci sono kebap point ovunque, come da noi. Mi sento davvero a casa.
La prima città che si trova entrando a Konya è l’università selgiuchide, la seconda è l’otogar.
Al Mavi KoshK Hotel…
Arriviamo nella via principale a due passi dal grande mausoleo di Mevlana e le principali moschee del centro. È notte, andiamo al negozio di tappeti di un amico dello zio, ma è chiuso. Due porte più in là c’è l’albergo di altri amici. Appena ci affacciamo all’ingresso un gran vociare si mescola a baci, abbracci, risa, strette di mano. Un sacco di facce mi sorridono, prendono lo zio per mano, lo stritolano, gli arruffano i capelli. Ci fanno tutti sedere e ci prendono gli zaini. Ci offrono il tè e dei dolcetti strani coloratissimi: biscotti tondi con una spumiglia soffice sopra ricoperta di colorate codette da guarnizione. Arrivano altri amici e in pochi minuti c’è una grande festa. Tutti parlano in turco a gran voce, con qualche parola inglese per far capire anche me e la mamma. Chiedono a Luca quanto ci fermiamo. Diciamo 4 giorni… ridono! "Nelle vostre mani è entrare a Konya, ma nelle nostre farvi uscire!". Mi mettono subito al lavoro cercando sulla cartina nomi di città per cambiare il nostro programma di viaggio.
La nostra camera val bene una descrizione: ci sono i soliti tre letti con le lenzuola troppo corte che non si infilano sotto il materasso, finestre luminose che danno sui tetti. Per fortuna ci sono materassi veri dice lo zio. Il bagno è una scatola di mattoni rossi laccati in un angolo della stanza. Lo sciacquone dell’acqua è una cassetta di ferro smaltato in alto, la doccia è un tubo sopra il water. Il lavandino è fuori, vicino al letto. È una camera ariosa e simpatica: puoi fare anche la doccia mentre fai la cacca e non solo la pipì mentre fai la doccia, come nei bagni normali. Ah, dimenticavo: il bagno non ha la porta, ma… naturalmente.. solo la tenda della doccia.
Notte turca… Yuksel
Mi sono messo i miei pantaloni verdi da mistico sufi, gel alla fragola, colonia al limone, e via… notte turca! Siamo andati a cena. Erano ormai le dieci. Lo zio Yuksel, uno degli amici dello zio, che ha la sua età e sembra Ricky Martin, ci ha portati in un ristorante con l’ascensore che si mangiava sul terrazzo all’ultimo piano. Si vedono le moschee illuminate e la via principale. Non c’era più niente da mangiare e ci hanno portato le meze, delle salsine a vari gusti da spalmare sul pane morbido, caldo, buonissimo. Eravamo solo noi 5 nel locale: noi tre, Yuksel e Sami, che non parla mai ma è molto carino. Qui guardano sempre partite di calcio.
Lo zio quando è arrivato i mangiare mi ha detto subito "qui gelato non ce n’è" e mi ha ordinato una birra media turca. Si chiama Efes, è la cosa che mi ricorderò meglio della Turchia. Toglie la fame.
Venerdì c’è i semà dei mevlana. Noi siamo nella strada dei Mevlana e forse la mamma da grande mi lascia fare il derviscio. Sicuramente venerdì lo zio mi porta a vedere lo spettacolo. 10 euro a testa, io entro gratis.
Non ci sono molte macchine qui per strada, non troppe, ma soprattutto non frenano, passano direttamente col rosso e poi non ci sono tombini e "giunti di dilatazione" come in Italia e i camion non fanno rumore perché non saltano. Pur passando col rosso guidano in modo molto educato.
La donna islamica…
Lo zio Yuksel ha chiesto allo zio perché la mamma mette il velo. Lo zio preferisce che lei vada in giro coperta e la sgrida continuamente se ride e si muove troppo. Dice che le turiste qui sono prede ghiotte. È un mese che rompe le palle alla mamma che deve stare attenta e la tiene sempre stretta per mano quando andiamo per strada, dalla parte dentro del marciapiede. Le dice sempre di non fidarsi di nessuno, neanche degli amici. In realtà le ragazze qui girano con i capelli sciolti, le canottiere e le unghie dipinte. Sul dolmus c’era una dark con le unghie nere e i capelli lunghissimi. Le signore e le ragazze sposate per lo più mettono lo spolverino dell’ispettore gadget e dei bellissimi foulard in testa molto colorati. Ci sono almeno 5 modi di mettere il foulard e lo zio me li spiega tutti. Quando arriviamo a Sivas ha detto alla mamma che la manda con le donne dei suoi amici che la portano in giro e la coprono col corredo completo, che lì non basta solo la sua bandana da ebrea ortodossa.
15 settembre
‘Stamattina mi sono svegliato col muezzin alle 5 meno un quarto. Qui siamo in mezzo a 6 minareti che martellano a fuoco incrociato leggermente sfalsati di qualche secondo. Ormai riesco a capire quello che dicono. Anche quando vivevamo in Giordania eravamo sotto il minareto e anche sul mar Nero quando eravamo con la carovana al Luna Park. Ormai so diverse melodie e ho chiesto alla mamma se da grande posso fare il muezzin. Lei mi ha detto che i muezzin non esistono. A questo punto si crea un problema strutturale… forse potrei essere un muezzin immaginario!
Prima lezione di turco: i numeri
I Turchi sono appassionati di numeri, è la prima cosa che devi imparare. Il nostro amico Yuksel ha la maglia con su scritto 96, Sami 1973 e fumano le sigarette 2001. I numeri comunque sono la parte più importante nelle conversazioni di un bravo venditore di tappeti.
Quanto può durare una mattina!
Mentre aspettavo che la mamma, e soprattutto lo zio, si svegliassero, ho cercato di aggiustare lo sciacquone del bagno che non funzionava bene. Era in ghisa pesantissima e ho fatto qualche errore di manovra. Non ho fatto tanto rumore, tuttavia la mamma e lo zio sono corsi in bagno in 0 secondi. Beh, alla fine, già che eravamo tutti svegli, ho proposto di andare a fare colazione.
Colazione… turca davvero!
Non abbiamo messo ancora il piede fuori dell’albergo che un amico dello zio, il barbiere, ci ha invitati a prendere il tè. La vera colazione però siamo andati a farla nel negozio di tappeti di Yuksel. Abbiamo lasciato la mamma seduta nel negozio e noi uomini siamo andati a fare la spesa: due tipi di formaggio, pomodori, olive nere e pane. Il pane sapeva di brioches, era buonissimo, con il sesamo sopra. Lo zio mi ha preso anche l’ayran, lo yogurt da bere che ti vendono in confezioni come quelle dell’Estatè. Yuksel ha preparato la tavola stendendo un tappeto bellissimo per terra, sopra ha steso due fogli di giornale che stava leggendo e abbiamo mangiato tutti seduti in cerchio con le mani usando il pane come piatto e leggendo il giornale. Ci hanno portato un altro tè. Questa volta lo zio me lo ha preso alla rosa canina. Buonissimo. Si chiama Tè a becco d’uccello.
Ordinare il tè per i clienti
Qui tutti i negozi hanno un citofono interno ce comunica direttamente col negozio del te. Si schiaccia e si dice "al negozio di … Jakometto, 2 ada ciai, 1 soda e un tè normale" … il tutto ovviamente in turco se no non vi capiscono! Dopo due minuti arriva un bambinetto vestito da uomo con un vassoio a trespolo con i bicchierini da tè, il piattino, il cucchiaino e delle micro zollette di zucchero affianco ad ogni bicchiere. Ogni tipo di tè ha un numero di zollette convenzionali. Ogni volta che entra un cliente o che passa un amico per strada si dice "ciai?" che io pensavo che era un saluto come da noi, invece vuol dire se vuoi il tè. E visto che non puoi quasi mai dire di no, se sei molto simpatico devi calcolarti i tempi di spostamento all’interno della città in base al numero di botteghe e di amici che hai lungo il percorso.
Purtroppo per noi lo zio è davvero molto famoso e benvoluto e ogni volta che devo andare a fare la pipì o a svuotare la memory card in albergo veniamo placcati da orde di amici ciaiosi. È importante sapere che il tè va rigorosamente bevuto seduti su tappeti o su divanetti bassi ricoperti di tappeto all’interno dei negozi e che per ogni bicchierino di tè vanno almeno tre sigarette per ogni componente del gruppo. Il che vuol dire 3 dosi di fumo attivo e almeno 15 di fumo passivo negli stessi 20 minuti. Considerando che ogni bottega dista dai 20 secondi ai 2 minuti dall’altra, in un’ora e mezzo… poniamo dalle 9 alle 10.30 del mattino, hai già bevuto 4 tè e fumato quasi 4 pacchetti di sigarette. E poi c’è gente che cerca di smontare i pregiudizi!
Quel dannato tavolino!
Siamo appena usciti dall’albergo, ho scaricato la memory card, e fuori della porta abbiamo incontrato Suat, Mehmet e adesso sta arrivando anche Yuksel. La fregatura è questo negozio del tè appena fuori della porta che ha un invitante tavolino in mezzo alla strada!
Suat sta parlando con la mamma dell’Iran. Dice che lui non ci andrebbe mai, perché conosce un po’ di amici persiani e dice che qui sono super moderni, mentre là sono iper conservatori. Dice anche che ogni casa iraniana è un cocktail club.
Finalmente solo!
Mentre la mamma e lo zio sono in giro per la città tenendosi per mano e dicendo "Guarda che bella questa piastrella" "Quasi come te!" e cercando i giardini di tulipani, che si dice uguale in persiano e anche in turco, io sono con gli amici dello zio a parlare turco e a bere tè. Mi insegnano molte cose interessanti sulla vita dei venditori di tappeti. Imparo a distinguere i turisti da come si vestono e a sapere se preferiscono il tè o il caffè.
Qualche indecisione… poi… Bey Hotel!
Per pranzo la mamma e lo zio mi hanno portato al ristorante Sifa, dove hanno fatto il riso con i pinoli solo per me e tanta acqua, che non stavo tanto bene. Lo zio si è arrabbiato con la mamma che gli ha toccato la mano al ristorante, poi ho scoperto che era già arrabbiato anche oggi perché lei non aveva deciso in quale albergo andare. Alla fine ha deciso lui e siamo andati nell’albergo più bello che è vicino al negozio dello zio Yuksel.
Il nano dell’otogar
Usciti dal ristorante siamo passati al negozio dei biglietti dell’autobus dove lavora un personaggio incredibile, detto "il nano dell’otogar", perché è alto come me, vestito più da uomo degli altri vestiti da uomo, tiene sempre le mani in tasca e la cravatta molto stretta. Ha i capelli col gel e la riga in parte e gli occhiali spessi. È rotondetto e ha gli occhi brillanti, i denti aguzzi, ma è simpatico. Lo prendono in giro perché lavora in un negozio piccolo piccolo, ma fa un lavoro che all’otogar è molto importante e lui si sente come un vero piazzatore dell’otogar e urla come gli azionisti nel recinto della borsa. Fa il suo lavoro molto seriamente.
Si chiama Musa, che è il vero nome di Gesù.
Ahmed’s place
Al piano superiore c’è una sala segreta tutta piena di tappeti e cose antiche, che se ti invitano sali le scale e arrivi in un mondo delle fiabe. Questo posto si chiama Ahmed’s place e c’è scritto anche sul vetro. Il padrone di casa non è Ahmed, come pensavo io, ma Mehmet Kavutoglu e sa un sacco di cose, parla molte lingue e quando comincia a parlare non smette più. Come Pico de Paperis. È anche lui un esperto di storia selgiuchide come lo zio. Ha origini siciliane, quindi si può dire che anche lui si u esperto di storia selgiuchide italiano, infatti il suo cognome vero è Caputo, che in turco diventa Kavuto. Oglu vuol dire "figli di" e vuol dire che è la discendenza. Parla inglese con me, turco con lo zio e persiano con la mamma. Parla di Storia, di politica, di storia dell’arte, di attualità, cita poeti antichi e fa battute su Berlusconi. Io capisco anche quando parla turco, perché ormai lo ho imparato e poi i turchi sono tutti attori e si muovono molto, fanno gesti con le mani e la faccia e cambiano molte voci. Dicono sempre "ciok", "Belki" e "Yok". Ci offre tè e sigarette, racconta storie incredibili, parla degli ultimi restauri dei monumenti e la mamma e lo zio prendono appunti.
Lui massaggia con forza un rosario musulmano di pietra o resina profumata, poi lo fa provare alo zio. È un buon musulmano, ha pezzi di Corano appesi alle pareti e molti tappeti. Usa molte parole europee, come "enteresan", "modern" e molte arabe e persiane. Questo vuol dire che è molto colto. Parla male degli Ottomani e tifa per i selgiuchidi. Comincio a capire. Poi parla degli Armeni… della questione armena… la mamma mi tappa le orecchie. Parla della tecnologia e del progresso scientifico. Dice che erano tutti turchi selgiuchidi come lui. Cita filosofi, medici, teologi e dice che in Medio Oriente la condizione della donna era molto più avanzata per molti secoli. Ci ricorda che mentre loro scrivevano trattati di astronomia noi bruciavamo le streghe sul rogo.
Anche in Armenia gli amici della mamma mi hanno fatto il riassunto della storia dell’umanità… voglio vedere se mi bocciano anche quest’anno!
Uno a Dzvoraget mi ha detto: "Ah, io sono un appassionato di storia italiana: amo molto Giulio Cesare!". In fin dei conti se Mehmet è un siculo selgiuchide, io posso essere benissimo un discendente di Giulio Cesare!
Mustafa Elma
Dopo qualche altra moschea e un giretto al souk siamo andati da un altro venditore di tappeti amico dello zio, Mustafà Elma. Elma vuol dire "mela" e lui dice "Non chiamarmi Mustafà, chiamami Elma!". È molto grande e saggio. Sembra lo sputafuoco di Pinocchio. Ha girato l’Europa. Ora ha molti figli e è un buon musulmano. C’è un bambino che lavora in negozio. Ci offre il tè e arriva un altro bambino con un vassoio a trespolo che serve il tè a tutta la via. Si sta fuori sulle sedie di plastica bianca, rivestite di tappeto però. Una cassapanca di legno con un tappeto sopra fa da tavolo e da panca insieme. L’uomo sta seduto e si fa servire il tè e le sigarette dal ragazzo. Ha un rosario in mano, d’argento, con i chicchi molto piccoli. Passano sempre signori in bicicletta e le biciclette le parcheggiano dentro e fuori delle moschee. Le moschee quando c’è il sole hanno un grande tappeto davanti alla porta, sollevato da un grosso palo di legno obliquo. Tutti parlano inglese e sono buoni musulmani.
Siamo andati in una libreria, dove c’erano libri in turco e inglese e qualche documento in persiano che lo zio ha detto alla mamma di leggere. C’erano le storie di Peter Pan, il Mago di Oz, Leopardi e Pirandello. Tutte storie italiane.
Il ristorante a padiglioni
Dopo l’albergo, la doccia, con le relative tappe, ci siamo diretti verso il ristorante per la cena. Uscendo abbiamo trovato Yuksel al solito incrocio a caccia di turiste. Lo zio mi aveva fatto il bagno col sapone al cetriolo, che non fa la schiuma verde come speravo, ma alla fine ero un batuffolo bianco di schiuma, che lui ha i peli e fa la schiuma, io sono liscio e non ce la faccio mai, ma mi ha insegnato a farla nei capelli. Poi la mamma mi ha messo la camicia indiana blu di seta e i miei pantaloni con cui sono andato in Armenia. Profumo di cetriolo e non ho messo la colonia al limone, solo il gel alla fragola.
Yuksel ci ha accompagnato in un ristorante con un giardino e dei padiglioni, dove è pieno di tappeti e il tavolo è basso e non ci sono posate. Ogni tavolo è sotto un padiglione, come un vero salotto personale. Ci si toglie le scarpe e si mangia seduti sui cuscini, col tavolo basso come nei cartoni giapponesi.
La mamma e lo zio parlano sempre di moschee e centro di documentazione armena e io dopo un po’ mi annoio, allora io sono andato da Yuksel nel negozio di tappeti.
Il mio amico Yuksel
Oggi, mentre loro vedevano monumenti, io sono stato con Yuksel a rimorchiare turisti. Lui li vede subito e sa già che lingua parlargli. Lui vive nel negozio, dorme e mangia là. Dorme su una poltrona comodissima e mette i piedi su una sedia. Il negozio è grande sei metri per tre, meno della camera della mamma; non c’è il bagno e lui va sempre nell’albergo dove siamo andati la prima notte, quello con il bagno di piastrelle laccate. Lo zio dice che è un albergo per mignotte, ed è per quello che ci ha portato via, ma la camera dove eravamo prima mi piaceva di più, era luminos e grande e mi facevo la doccia mentre stavo sul water. Dalla finestra si vedevano i tetti, specie uno grande dove erano stesi tappeti di tutti i tipi, belli, brutti, grandi e piccoli, pelosi e rasati. Lo zio mi ha detto che è il tetto di un negozio di aggiustatori di tappeti, famoso in tutto il mondo. Dopo che li hanno aggiustati, li lavano e li mettono ad asciugare sul tetto.
Oggi con Yuksel abbiamo fermato due australiani, che non se ne trovano tanti, e gli abbiamo srotolato tappeti di tutti i tipi, bevendo tè e fumando sigarette. Abbiamo parlato di politica, calcio, viaggi, e alla fine hanno scelto il tappeto che Yuksel usa per coprire gli altri tappeti quando c’è il sole. Non valeva niente, ma per loro era bellissimo. Yuksel dice che è il potere d’acquisto dello stolto.
Nel negozio, quando facciamo le feste, lui sceglie ogni volta il tappeto adatto. Sono tutti arrotolati verticali sulla parete in fondo in ordine d’altezza. Qui d’estate fa veramente caldo e d’inverno veramente freddo. Yuksel ha l’età dello zio ma sembra che abbia 35 anni. Vende tappeti da quando aveva la mia età. Mi insegna tutti i segreti.
La casa di Yuksel
Ha arredato il negozio benissimo. C’è un ventilatore a piantana, tappeti su tutte le pareti e anche sulla vetrina. Da fuori si vedono al contrario, perché sono fatti per essere visti da dentro. Questa è la sua casa. Ci sono due pile di tappeti piccoli e kilim e cicim, che è la lavorazione tipica di Konya. Poi ci sono i cuscini: dei sacchi lunghi come quelli delle patate da tanti chili, solo che fatti di tappeto davanti e di tela dietro. Si riempiono con cose dure, come stoffa o cartone ben piegati, perché devono essere duri per la schiena. E’ su quelli che ci si appoggia quando si mangia e si fuma il narghilè. C’è un solo termosifone su cui è appoggiato un tappeto come una tovaglia. Sopra ci sono tre pile di libri ed opuscoli per i turisti, un portapenne, alcune foto di Yuksel che mangia sui tappeti, un portatutto con sopra appoggiati gli occhiali alla moda di Yuksel e uno stereo grande e nero. L’ultima fila di libri a sinistra e lo stereo a destra spuntano fuori dal termosifone per metà. Non c’è luce naturale, è tutto illuminato con un neon tondo, due set di faretti da tre ciascuno e un lampadario centrale ricavato da una ruota di carro con tredici lampadine e vari pendagli musulmani appesi, tra cui l’occhio turco solito e uno strano uovo, come quelli che ho comprato a Praga, Brno e Tblisi per la nonna, solo che invece che angeli e madonne ci sono anche lì occhi turchi. La mamma dice che l’uovo è una tradizione ebraica. Fanno parte del piatto del seder di Pesah e simboleggiano la ciclicità della creazione e insieme anche l’infinito. Le nostre di cioccolato sono senza dubbio la versione migliore.
Un altro pendaglio assurdo sono un paio di zoccoletti olandesi in ceramica bianca con disegni azzurri. La porta a vetri è schermata da quattro poster. In uno c’è una specie di monastero armeno su un rilievo con una valle di sfondo; in mezzo però c’è anche la cupola e il minareto. La mamma mi ha detto che quella che sembra una chiesa armena in realtà è una turbe selgiuchide. Sotto c’è un paesaggio alpino svizzero o sudtirolese, che rafforza la mia teoria sulla migrazione alpina turca. Sotto, un poster di nomadi turchi con un gregge di pecore in mezzo alle tende. Nel cielo Yuksel ha scritto "no woman no cry", che vuol dire che se un giorno non rimorchia non è poi la fine del mondo. Sotto ancora un mevlana che non può mancare e sotto ancora un altro paesaggio alpino con tanto di casa sudtirolese con gerani rossi al balcone. Oltre a questo c’è solo un tavolino piccolo con una bottiglia di vino di Antalya, una calcolatrice e un blocchetto per gli appunti.